Michele Zaza 

Io sono il paesaggio 

 

May15 >July16–2007

 

Michele Zaza usa la fotografia, ma non e un fotografo, piuttosto preferisce definirsi un pensatore di immagini. Il fotografo -spiega Zaza- registra fotograficamente quello che vede, quella costruzione visiva dell'immagine o dell'azione che concepisco. Mi viene in mente Cezanne, quando diceva di voler cogliere una realta senza pero trovarla gia fatta, ma creandola da se. E' un po' questo il rapporto che ho con la fotografia, nel suo valore strumentale, non linguistico. Inoltre, la fotografia traduce il tempo lineare in tempo circolare, perpetua le immagini della vita, fermate ed isolate nel loro movimento, conducendo alla meditazione, nella quale l'uomo si concentra sul proprio essere, per diventare quello che vuole essere.

Le grandi sequenze e l'opera con sculture, presentate in occasione della mostra alla Galleria Six, restituiscono, in un'atmosfera carica di simboli, la figura di un corpo supremo aperto alle relazioni ed interazioni con uno scenario segreto: un corpo, a volte maschile a volte femminile, trasfigurato mediante il maquillage blu del volto, e custodito da forme misteriose, presenze scultoree archetipiche, o da elementi d'uso del quotidiano (le molliche, l'ovatta, il cuscino).

Michele Zaza dichiara in merito: Lungi da ogni sorta di condizionamento tecnologico dominante, nelle ultime installazioni sono fortemente inclinato a ricostruire una situazione primordiale nella quale e possibile incorporare una condizione umana oltrepassata e trasfigurata. Una ipotesi di centralita-unita-totalita che mi permette di concepire una configurazione cosmologica, di mettere insieme

terra, cielo,uomo e coscienza.

La coscienza diviene il filo conduttore di una realizzazione ideale del mondo a partire dal suo naturale fondamento antropologico. Umanizzazione dalla natura e naturalizzazione dell'uomo si compenetrano fino al conseguimento di una cosmologia umanistica. Un paradiso adulto che si manifesta e si concretizza come prototipo portando l'essere oltre se stesso. In sintesi conclusiva definirei le mie installazioni come una trilogia simbolico- figurale: corpo biologico-corpo

ideologico- corpo terrestre.

La vita corre e noi la seguiamo. Io cerco di rovesciare questo rapporto. Mi fermo, scelgo la lentezza. Sul sentiero dell'immagine realizzo la mia modificazione corporale e mentale. Cerco di conquistare una verita che trascenda la morale e la sociologia. D'altra parte l'irrequietezza dell'artista, questo senso di quotidiano inappagamento, genera costantemente pensieri di opposizione alle figurazioni familiari del reale formulato, e da quei pensieri verso continui sviluppi espressivi arricchiti da nuovi elementi.

Michele Zaza nasce a Molfetta (Puglia) il 7 novembre 1948. Dopo aver frequentato l'istituto di Belle Arti di Bari, si trasferisce a Milano per seguire il corso di scultura di Marino Marini all'Accademia di Brera. Le sue prime mostre hanno luogo a Milano presso la galleria Diagramma ("cristologia" nel 1972 e "naufragio euforico" nel 1974) e a Bari presso la galleria Bonomo ("dissidenza ignota" 1973), a Brescia alla galleria Minini, a Napoli da Lucio Amelio. Nel 1976 con il ciclo intitolato "anamnesi", invita lo spettatore ad un mondo magico dove le figure sembrano volare, e cibarsi di molliche di pane. L'artista apre uno spazio celeste e onirico che evoca la misteriosita dell'universo, uno spazio di liberta ritrovata. Verso la fine degli anni '70 le sue opere invertono il rapporto tra l'alto e il basso, il cielo col pavimento, liberano le cose dalla gravita del mondo "normale", dalla loro funzione utilitaria:"il pane perde il suo valore di alimento per divenire un elemento ceativo". Negli anni '80 e '90, le opere iniziano a sconfinare nello spazio reale: le sculture in legno si collocano al di fuori dello spazio fotografico. Fotografia e scultura si rafforzano reciprocamente. Le pareti espositive diventano un luogo riferito metaforicamente alla struttura dell'universo, alla terra, e insieme al cielo.

Zaza ha esposto spesso a Parigi (galleria Yvon Lambert), Zurigo (galleria Annemarie Verna), Monaco (galleria Tanit). Ha partecipato alle Documenta 6 e 7 di Kassel. Nel 1980 ha tenuto una mostra alla galleria Leo Castelli di New York, e ha partecipato alla Biennale di Venezia, sala personale. E' stato invitato alla Biennale di Parigi (1975), alla Biennale di San Paolo (1978). Negli ultimi anni gli sono state dedicate importanti mostre personali: a Mosca (Museo Shchusev), Roma (Museo Laboratorio dell'Univarsita " La Sapienza "), Ginevra (Mamco-Museo d'Arte Contemporanea), Parigi (galleria Martine&Thibaultdelachatre), Anversa (MudimaDrie).

Michele Zaza uses photography but he is not a photographer, he prefers to define himself an images’ thinker. The photographer – Zaza states –records photographically what he sees, the photograph’s visual construction or the action he conceives. Cezanne comes to

my mind when he said he wanted to catch a reality, not finding it already made but creating it. This is quite the relation I have with photography, its instrumental and not linguistic value. Moreover, photography transforms the linear time into a circular time, it perpetuates the images of life stopped and isolated in their movement, driving us to meditation, where the man focuses on himself in order to become what he want to be.

In an atmosphere full of symbols the big sequences and the work with sculptures, on show at Galleria Six, give back the figure of a supreme body opened to relations and interactions with secret scenery. A body - sometimes a male sometime a female figure - transformed through the blue make up, and kept by mysterious shapes - sculptural presences that are archetypal - or by elements of daily use (crumbs, padding, a pillow).

Regarding this issue Michele Zaza states that in the latest installations far from any sort of dominating technological conditioning I am strongly inclined to rebuild a primordial situation where it is possible to incorporate a human condition that has been transcended and transfigured. A hypothesis of centrality-humanity-totality allows me to conceive a cosmologic configuration and to put together ground, sky, human being and conscience. The conscience becomes the leading thread of an ideal realisation of the world starting from its natural and anthropological foundation. Nature humanisation and man naturalisation permeate until they achieve a humanistic cosmology, a fully-grown paradise that manifests and actualises as a prototype bringing the human being beyond himself. Finally, I would define my installations as a symbolic-figural trilogy, biological body- ideological body-terrestrial body.

Life runs and we follow it. I try to tip over this relation. I stop and I chose slowness. On the path of imagination I realise my corporeal and mental modification. I try to conquer a truth that transcends morale and sociology. On the other hand the artist’s uneasiness, this daily sense of dissatisfaction, continuously generates thoughts of opposition. Opposition to the familiar figuration of the formulated reality, and to these ideas towards expressive developments enriched with new elements.

Michele Zaza was born in Molfetta (Apulia, Italy) November 7, 1948. After attending the Istituto di Belle Arti in Bari he moved to Milan to attend Marino Marini’s sculpture classes at the Accademia di Brera. His first shows were held in Milan at the gallery Diagramma (“Cristologia” – Cristology - 1972, “naufragio euforico” – euphoric wreck – 1974), and in

Bari at Bonomi gallery (“dissidenza ignota” – unknown dissidence – 1973), in Brescia at Minini gallery, in Naples at Lucio Amelio’s. In 1976 with the series titled “anamnesi” (anamnesis) he invited the spectator into a magical world where the figures seemed to fly and to eat crumb. The artist opened a celestial and oneiric space that evokes the universe mysteriousness, a space of retrieved freedom. In the late 70s his works invert the relations between high and low grade, the sky and the floor; and they set free the gravities of the “normal” world from their utilitarian function. “The bread loses its value of nutrient to become a creative element.” In the 80s and 90s the works started to overstep in the actual space. The wooden sculptures start being put beyond the photographic space; photography and sculpture mutually reinforce. The exhibiting wall becomes a place that metaphorically refers to the universe’s structure, to earth, and to the sky.

Zaza often exhibited in Paris (at gallery Yvon Lambert), Zurich (gallery Annemarie Verna), and Munich (gallery Tanit). He participated to Documenta 6 and 7 in Kassel. In 1980 he had a show at Leo Castelli’s in New York, and participated to the Venice Biennale. He was also invited to Paris Biennale (1975) and San Paolo Biennale (1978). In the latest years many solo-shows had been organised: Museum Shchusev, Moscow; Museo Laboratorio dell’Universita La Sapienza, Rome; Mamco-Contemporary Art Museum, Geneva; gallery Martine&Thibaultdelacharte, Paris; MudimaDrie, Antwerp.

© Galleria SIX - Piazza Piola 5 - 20131 - Milano