Marco Bongiorni

testo di Mike Watson

 

Galleria Six è lieta di presentare la mostra personale di  Marco Bongiorni  (Milano, 1981), con testo di Mike Watson. 

 

Kangal è il nome con cui la cinofilia indica un cane molossoide di grossa taglia, con mantello nocciola, beige o bianco, proveniente dall’omonima città nella regione di Sivas, in Anatolia Occidentale. Conosciuto anche con il nome di Karabash  (Muso Nero) per via della caratteristica sfumatura scura sempre presente sul muso, il Kangal appartiene alla categoria dei Cani da Pastore o Cani Custodi che da secoli affiancano pastori e allevatori per proteggere le greggi da predazioni e furti; animali antichi, forti, tenaci, ma equilibrati e intelligenti, in grado di adattarsi a condizioni di vita estreme che ne mettono alla prova resistenza e tempra.

 

Sottoposti costantemente a pressioni tra il selvatico e il padrone, i cani da pastore fungono da spartiacque tra le forti istanze di questi due mondi; sono filtri viventi ed autonomi con il compito di regolare i conflitti e l’onere di tramandare patrimonio genetico e culturale alle generazioni successive.

 

Marco Bongiorni presenta una ricerca pittorica svolta durante gli ultimi 3 anni che ruota proprio attorno al concetto di filtro visivo.

 

Una serie di visori autoprodotti, realizzati con l’aiuto di lenti di ingrandimento, isolatori ottici, specchi, maschere subacquee, occhiali e visori VR, diventano parte del processo pittorico, ostacolandolo apparentemente.

 

Queste maschere non si limitano ad alterare la percezione visiva, ma diventano veri e propri atti coercitivi con il compito di condizionare le ampiezze di movimento e di definizione dell’occhio stesso e al contempo generare reazioni, resistenze e strascichi cognitivi inattesi.

 

Esattamente come il collare Anti-Lupo (introdotto per la prima volta proprio in Anatolia dai pastori Turchi) o Il Dangle Stick, il bastone con cui i pastori rumeni vestono i loro cani per inibirne gli istinti predatori, i visori di Marco Bongiorni diventano uno strumento di misura delle forze alle quali l’opera pittorica è sottoposta durante la sua genesi e oltre.

 

Nelle tele di cani, il rapporto con i riferimenti fotografici diventa contro-intuitivo.

 

Partendo da stampe scadenti, piccole e a bassa risoluzione, si rincorrono i soggetti con l’ausilio di isolatori ottici, vetrini deformanti e cannocchiali sfocati, auto-sabotando il processo pittorico stesso.

 

La pennellata diventa selvatica sotto la cecità della mano, il disegno si fa randagio e la figurazione avanza guardinga, ma decisa a non farsi addomesticare completamente.

 

Nel caso della seria SLPFL invece, il rapporto con il soggetto diventa diretto e la pittura stessa si svolge Dal Vero, in presenza di ortensie seccate, miseri stracci o limoni, vinti e ammuffiti.

 

Sono 9 piccole nature morte dipinte ad olio, sopra ognuna delle quali poggia un frame di vetro che racchiude la foto di un dittatore contemporaneo. La natura morta (Stilll Life) e il dittatore (president for Life) si incontrano in un dittico il cui funzionamento è simile ad un cortocircuito cognitivo attraverso il quale contestare il sistema dominante.

 

Maschere e visori in questo caso diventano strumento di studio analitico, ma soprattutto di resistenza proattiva; un modo per anticipare l’inesorabilità del tempo nell’ingenua speranza di fermarlo.

 

La mostra Kangal è quindi un luogo dove ripensare il processo di nascita della Pittura, un tentativo di esortarne il carattere ribelle e indomabile che le appartiene per sua stessa natura. La visione filtrata attraverso gli impedimenti diventa un atto di eversione nei confronti della dittatura dell’immagine, è presa di coscienza e dichiarazione di autonomia, tentativo di ribaltare sudditanze gerarchiche e compiti stabiliti dal sistema di pensiero dominante.

 

 

Galleria SIX - Piazzale Piola 5  Milano – 16 Dicembre 2017 / 25 Gennaio   2018 

 

 

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